Mal'Aria 2018 - Dossier completo

malaria2018_h

Il 30 gennaio 2018 la Commissione Europea ha convocato i ministri dell’ambiente di 9 Stati membri (Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Romania, Slovacchia e Regno Unito) che hanno a loro carico diverse procedure di infrazione per il superamento dei limiti concordati di inquinamento atmosferico.

L’incontro offre agli Stati convocati, e quindi all’Italia, la possibilità di dimostrare quali misure sono state messe in campo negli ultimi anni e quali ulteriori provvedimenti verranno intrapresi nel prossimo futuro per riportare, senza indugio e senza ulteriori ritardi, la situazione attuale alla conformità con la legislazione europea.

Le dure parole del commissario europeo Karmenu Vella non lasciano spazio a vaghe interpretazioni: “Questo incontro sulla qualità dell’aria è stato chiamato per tre motivi. Per proteggere i cittadini. Per chiarire che se non vi è alcun miglioramento della qualità dell’aria ci saranno conseguenze legali. E per ricordare agli Stati membri che questo percorso è alla fine di un lungo, in alcuni casi troppo lungo, periodo fatto di offerte di aiuto, consigli dati e avvertimenti fatti.” In pratica se l’Italia non darà le adeguate garanzie, la Commissione non avrà altra scelta se non quella di procedere con azioni legali, come già fatto nei confronti di altri due Stati membri, rinviando il nostro Paese alla Corte.

La gravità e l’urgenza dell’inquinamento atmosferico in Italia e la mancanza di progressi soddisfacenti richiedono risposte efficaci e tempestive che devono essere adottate e attuate senza indugi ulteriori. La priorità della Commissione è rivolta chiaramente alla salvaguardia di milioni di cittadini europei che soffrono di una cattiva qualità dell’aria; per loro non servono piani d’azione su scala temporale decennale o la ratifica di accordi volontari inefficaci e inutili, ma misure tempestive, efficaci e concrete.

Venendo all’Italia la priorità non sembra siano i cittadini e la loro salute. Non ancora.

Infatti il nostro Paese è tenuto a rispondere a 2 procedure aperte nei nostri confronti: la prima procedura di infrazione (n. 2014/2147 notificata l’11 luglio 2014), riguardante la cattiva applicazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria, è dovuta al superamento dei valori limite di PM10 in Italia tra il 2008 ed il 2012 in 19 zone e agglomerati.

La seconda procedura di infrazione (n. 2015/2043 notificata il 29 maggio 2015), concernente la qualità dell’aria e per un’aria più pulita in Europa, è dovuta al superamento dei valori limite di biossido di azoto (NO2) tra il 2012 e il 2014 in 15 zone e agglomerati.

Da sottolineare che molti dei superamenti oggetto di tali procedure di infrazione interessano la maggior parte delle aree localizzate nelle regioni del Bacino Padano.

Le procedure di infrazione avviate dalla Commissione Europea sono pervenute, nel corso degli anni, ad una fase avanzata del procedimento, definita “parere motivato”, come sancito dall’Art. 258 TFUE: di fatto è l’ultimo avvertimento agli stati membri in virtù del fatto che, come esplicitamente dichiarato dalla Commissione, “non hanno affrontato le ripetute violazioni dei limiti di inquinamento dell’aria per il biossido di azoto (NO2) che costituisce un grave rischio per la salute. La maggior parte delle emissioni provengono dal traffico stradale. E in particolare dai motori diesel”. Se gli Stati membri non agiranno concretamente per mettere in campo “misure idonee” a risolvere il problema, la Commissione potrà decidere di deferirli alla Corte di Giustizia dell’Ue.

Da ricordare che l’inottemperanza da parte dell’Italia alle norme sulle concentrazioni massime di PM10 (e altri inquinanti gassosi) nell’aria, era stata già oggetto di una procedura di infrazione (n. 2008/2194), archiviata nel 2013 dalla Commissione europea solo a seguito della promessa, da parte italiana, dell’adozione di un “cospicuo pacchetto di misure volto a ripristinare il rispetto dei massimali previsti dalla direttiva 2008/50/CE”.

Promessa che, evidentemente, l’Italia non ha mantenuto.

Nonostante queste procedure e i molteplici avvertimenti da parte dell’Europa nel 2017 in 39 capoluoghi di provincia italiani è stato superato, almeno in una stazione ufficiale di monitoraggio della qualità dell’aria di tipo urbano, il limite annuale per le polveri sottili di 35 giorni con una media giornaliera superiore a 50 microgrammi/metrocubo.

In 5 capoluoghi si sono superati addirittura i 100 giorni nell’anno (Torino “Grassi” 112, Cremona “Fatebenefratelli” 105, Alessandria “D’Annunzio” 103, Padova “Mandria” 102 e Pavia “Minerva” 101), Asti “Baussano” con 98 e Milano “Senato” con le sue 97 giornate oltre il limite ci sono andate molto vicino. Seguono, Venezia “Tagliamento” 94, Frosinone “Scalo” 93, Lodi “Vignati” 90 e Vicenza “Italia” 90. Delle 39 città fuorilegge nel 2017, ben 31 risultano tali anche nella speciale classifica di Legambiente Pm10 ti tengo d’occhio degli ultimi 3 anni, a conferma che la soluzione al problema cronico dell’inquinamento nel nostro Paese è ben lontano dall’essere trovata. Situazione allarmante e diffusa specialmente nelle zone della pianura padana: 31 dei 36 capoluoghi di provincia totali presenti nelle quattro regioni del nord (Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna), hanno sforato il limite annuo.

A cura di:
Andrea Casazza, Luigi Lazzaro, Giulia Bacchiega, Davide Borgato, Piero Decandia. Con il contributo dei Circoli di Legambiente della regione Veneto.
L’elaborazione dei dati e delle immagini è di Legambiente Veneto su dati ufficiali ARPAV.

Scarica il dossier completo >>


<< Torna indietro